Dopo 20 anni, il negoziato tra Ue e paesi del Mercosur è alle battute finali. Ma l’accordo divide Germania e Francia

Ci provano ormai da due decenni, alternando passi avanti a battute d’arresto. L’Unione Europea e i paesi del Mercosur hanno cominciato a negoziare un nuovo accordo commerciale nel 2000. Ora le due parti sembrano quasi giunte al traguardo: il nuovo trattato aprirà ulteriormente i mercati dei due blocchi, favorendo gli scambi e stimolando gli investimenti. Per Bruxelles si tratta di un piatto ricco: i 4 paesi che compongono l’area latinoamericana (Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) contano 260 milioni di consumatori su cui riversare auto e prodotti industriali. In cambio però, il vecchio continente sarà inondato dai prodotti agricoli del Sudamerica: abolendo dazi e altre barriere, le esportazioni latine potranno esprimere tutto il loro potenziale, soprattutto nel settore della carne.

Ed è proprio questo aspetto del negoziato che ha diviso l’Europa in due blocchi. Perché se da un lato ci sono alcuni paesi guidati dalla Germania che spingono per velocizzare la conclusione dell’accordo per aumentare le vendite di veicoli, macchinari, prodotti farmaceutici e chimici oltre oceano; dall’altro, il blocco a guida francese ha espresso profondi dubbi, sottolineando che il trattato rischia di destabilizzare la produzione e il settore agricolo dei paesi europei.

Il Parlamento europeo di Strasburgo riunito in sessione plenaria. Gerard Cerles/AFP/Getty Images

 

“È normale quando si negoziano accordi internazionali, ci sono sempre posizioni contrastanti, visto che le opportunità e i gli effetti negativi non sono equamente distribuiti tra i partecipanti”

spiega a Business Insider Italia Alessia Maria Mosca, parlamentare europeo del Pd e membro del gruppo dell’Allenza progressista di Socialisti e Democratici che ha seguito il dossier. “I capi di stato e di governo rispondono anche alle preoccupazioni del loro elettorato di riferimento, in questo caso particolarmente sensibile anche perché l’accordo si occupa di agrifood”.

Dubbi e interessi divergenti che minano il buon esito della contrattazione, arrivata ormai alla stretta finale. Un nodo che riguarda anche la richiesta da parte di Bruxelles di maggiori garanzie per i prodotti a indicazione geografica e trasformati, mentre dal canto suo l’area del Mercosur vorrebbe più concessioni per l’acceso al mercato del vecchio continente delle carni bovine, zucchero ed etanolo.

Un nuovo incontro è previsto per mercoledì 26 giugno tra i ministri latinoamericani, il vice presidente della Commissione europea Jyrki Katainen e i commissari al commercio (Cecilia Malmström) e all’agricoltura (Phil Hogan). L’organo comunitario guidato da Juncker vorrebbe chiudere le trattative e siglare l’accordo prima della fine del suo mandato, previsto per il prossimo 31 ottobre.

La commissaria Ue per il commercio Cecilia Malmstrom – EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images

Volumi commerciali e finanziari

Il Mercosur rappresenta un mercato ancora piuttosto chiuso per l’Unione a causa di alti dazi e barriere non tariffarie. Tuttavia, è forte l’interesse a intensificare gli scambi, considerando che l’area ha un prodotto interno lordo di 2,2 mila miliardi di dollari ed è il quinto più grande mercato fuori dai confini comunitari.

Nonostante gli ostacoli doganali, l’Ue rappresenta il principale partner commerciale del blocco sudamericano: le esportazioni europee verso Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay hanno raggiunto i 45 miliardi in valore nel 2018, mentre le importazioni hanno toccato quota 42,6 miliardi. Ed è una meta importante per i nostri capitali diretti all’estero: l’Europa è il principale investitore straniero, dopo che le risorse finanziarie allocate nella regione sono passate dai 130 miliardi del 2000 ai 381 miliardi del 2017.

Interessi in gioco

Questi numeri spiegano perché Bruxelles voglia andare al di là degli accordi commerciali e di cooperazione bilaterali e siglare un trattato complessivo che affronti e risolva tutte le questioni rimaste aperte, dai dazi alle controlli fitosanitari, dalla proprietà intellettuale alla riconoscimento e protezione delle indicazioni geografiche. Secondo la commissione, i benefici per le imprese europee sarebbero enormi.

A cominciare dall’abolizione della barriere tariffarie. Come spiega un report della Commissione Ue, l’accordo si propone di eliminare le imposte doganali che gravano su diversi settori, in particolare su quelli che registrano i volumi più grandi. Al momento, infatti, i dazi che si applicano alle auto e componenti sono del 35 per cento; scendono al 20-35 per cento per i macchinari; e toccano il 14 per cento per i prodotti farmaceutici. Sono alcune delle aree in cui le esportazioni raggiungono le cifre più alte, vale a dire i macchinari, i trasporti e i beni chimici e farmaceutici che hanno una quota sul totale, rispettivamente, del 28,6 per cento, 13,3 cento e 23,6 per cento.

Angela Merkel, cancelliere federale della Germania – Getty Images

L’occasione di abbattere le tariffe è importante per la Germania, che punta così a aumentare le vendite di auto nel subcontinente latino. Insieme ad altri sei paesi, tra cui Spagna e Portogallo, ha inviato una lettera nei giorni scorsi alla Commissione Ue affinché “faccia ai paesi del Mercosur una proposta bilanciata e ragionevole, che favorisca il raggiungimento di un accordo”. Nella missiva, i paesi firmatari spronavano il presidente Juncker a giungere ad un’intesa, perché “molti settori europei di rilevanza strategica, come veicoli e componenti d’auto, macchinari, chimica e farmaceutica, beneficeranno molto” da questo trattato.

“Anche l’Italia avrà molti vantaggi dall’abbattimento delle barriere commerciali – sottolinea Alessia Mosca – perché potrà rafforzare le vendite di macchinari e di altri prodotti del Made in Italy verso la regione, con cui vanta significativi legami storici e culturali”.

Il capo del governo Giuseppe Conte – Getty Images

Ma non tutti i paesi del blocco comunitario condividono l’ottimismo e la determinazione tedeschi. La Francia di Macron ha espresso forti dubbi sull’accordo, allarmata dall’impatto che potrà avere sull’agrifood europea. In una lettera inviata al presidente della Commissione il 17 giugno scorso insieme ai leader di Bergio, Irlanda e Polonia, Parigi chiedeva a Juncker di non aumentare le quote di importazioni di alcuni prodotti, vale a dire carne bovina, pollame, maiale, zucchero ed etanolo, giustificando questa posizione con la necessità di “preservare l’attività economica dei nostri contadini e allevatori, difendendo l’economia rurale europea”.

“Per ogni accordo commerciale, ci sono alcuni paesi maggiormente beneficiari e altri che ottengono minori vantaggi. Una situazione che si è verificata anche con altri trattati conclusi in questo mandato, come quello con il Giappone, Singapore e Canada: non si verifica mai un’equa redistribuzione dei benefici. Ad esempio, nell’accordo con il Giappone – dove l’agrifood è un mercato di notevole interesse – la Francia e l’Italia sono stati tra i paesi più favoriti per le loro esportazioni”.

Emmanuel Macron. Sean Gallup/Getty Images

In più, nella missiva gli stati hanno chiesto maggiori garanzie sul rispetto dei standard produttivi, ambientali e fitosanitari per tutti i prodotti venduti nell’Ue, soprattutto per la carne, in modo da “offrire ai cittadini comunitari prodotti di qualità”. Una preoccupazione condivisa dalle organizzazioni e cooperative agroalimentari Ue, che si sono opposte all’accordo, parlando dei rischi di aumentare le importazioni da paesi come il Brasile dove “il governo Bolsonaro ha autorizzato oltre 150 nuovi pesticidi”.

La carne in vendita in un supermercato a Rio de Janeiro, Brasile – Getty ImagesL’ac

Anche in Italia, Coldiretti ha espresso forte preoccupazione per questo accordo, indicando che i paesi del Mercosur non rispettano gli standard produttivi e di tracciabilità oggi vigenti in Italia e nel Vecchio Continente. E che c’è il rischio di favorire l’imitazione del Made in Italy: “Nel negoziato su un totale di 297 denominazioni italiane Dop/Igp riconosciute dall’Unione Europea è stata proposta una lista di appena 57 tipicità da tutelare”, aveva spiegato l’associazione.

Ma secondo Alessia Mosca, questa obiezione non ha fondamento, perché gli accordi commerciali di nuova generazione difendono le indicazioni geografiche che hanno bisogno di maggiori tutele:

Nella lista dei prodotti da proteggere non sono inserite tutte le denominazioni presenti in ogni paese, perché alcune di esse non rischiano di essere contraffatte semplicemente perché non c’è il mercato. Si prendono in considerazione solo i prodotti segnalati dai consorzi alimentari dei singoli paesi dove il rischio di imitazione è più alto, come il parmigiano”.

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